Alla ricerca del compagno (animale) perfetto


Eppure lo vorrei un animale domestico per rallegrare la solitudine del mio smartworking e della mia mezza età senza figli. Ma non riesco a trovare l’animale che faccia per me, sono piena di dubbi. Ho provato pure a fare dei test on-line per individuare il “mio animale ideale”, ma non mi voleva rispondere neanche il test.

Premesso che cani e gatti sono esclusi non solo per i motivi di cui sopra, ma anche perché sono emotivamente troppo impegnativi per me, mi ritrovo a fare una ricerca sugli animali domestici considerati “di facile gestione”, ovvero roditori e pesci.

Ma roditori e pesci non sono tutti uguali. I criceti stanno svegli principalmente la notte, e quindi fanno veramente casino quando non dovrebbero, mentre di giorno non sono socievoli per niente proprio perché hanno i postumi della nottata. I porcellini d’india sono molto più intelligenti ed affettuosi di quello che si penserebbe, ma fanno un verso che mi inquieta tantissimo. I conigli sono tendenzialmente psicopatici, per quanto siano meravigliosi da accarezzare, la possibilità che mi capiti un soggetto ancora più anaffettivo di me o peggio, mordace, è altissima. I topi puzzano se maschi, se femmine ti può capitare quella incinta e allora finisci ad avere una colonia in un attimo. Poi ci sono tutta una serie di altri roditori, come i gerbilli o i cincillà, che alternano e mischiano i difetti e i pregi dei roditori che ho citato sopra. Tirando le somme, se da un lato possiedono una pelliccia che mi permetterebbe coccole antistress, dall’altro caratteri instabili o sensi di colpa per la loro detenzione in gabbia porterebbero il conto costi-benefici ad una passività inaccettabile.

Passiamo ai pesci. L’acquario è uno degli ecosistemi più fragili e complicati da gestire che ci si possa immaginare. Implica pazienza e costanza, due cose che io notoriamente non possiedo. Se quindi escludiamo per l’evidente difficoltà l’acquario di acqua salata, anche l’acqua dolce, che sembra più gestibile, nasconde insidie che riesco solo ad intravedere, come il cambio periodico dell’acqua, che implica operazioni faticose e noiosissime. Una soluzione potrebbe essere una vaschetta carina con uno o due pesci rossi, ma mi domando quanta soddisfazione mi potrebbe dare conversare con loro mentre penso che forse dovrebbero stare in una vasca più grande e solo il mio immenso egoismo li costringe in quello spazio che diventa claustrofobico prima per me e poi per loro. Quindi anche i pesci li cancelliamo dalla lista.

A questo punto potrei passare a quelli che vengono definiti degli “animali domestici poco comuni”. Ma non sono realistici, quindi torno al punto di partenza e mi ritrovo a fissare l’insegna di un negozio di rettili. E si, perché i rettili si pongono a metà strada tra i “comuni” e i “non comuni”, tra gli animali che possono andare in giro per casa e quelli che stanno in terrario. Sono anaffettivi come i pesci ma li puoi prendere in mano. Hanno orari strani ma non fanno casino. Hanno un unico, grande difetto: per la maggior parte mangiano esseri vivi. E questo non lo avevo calcolato quando chiedo informazioni su un camaleonte, rettile che adoro, scoprendo con orrore e raccapriccio che mangia o cavallette, vive, o bigattini, morti ma sempre orribili.

La vista della ciotolina di quei vermetti bianchi nel terrario infrange sonoramente il sogno di un’amicizia tra me e il rettile più colorato del mondo. Anche se molto a malincuore, rinuncerò all’andatura a scatti che mi fa ridere tantissimo e alla possibilità di poggiarlo sugli oggetti per vedere quando cambia colore come fanno gli anelli dell’umore. Per quanto riguarda i serpenti non li prendo proprio in considerazione, il mio retaggio cattolico mi costringe a declinare perché legati indissolubilmente all’iconografia del peccato originale, anche se devo ammettere che una parte importante della decisione nasce dall’immagine del cassetto del freezer pieno di topi congelati.

E proprio quando sto rinunciando, ecco che viene fuori la sorpresa: un rettile vegetariano esiste e ce l’hanno proprio in quel negozio.

La lucertola in questione si chiama uromastice, e come pronuncia il nome già vola via dalla mia memoria come un soffio di vento. La commessa lo tira fuori dal terrario e se lo poggia sulla manica, dove rimane aggrappato in un atteggiamento interlocutorio che già mi piace. E’ color carbone ed è chiaramente cicciotto. Testa grossa, corpo panzuto, coda spinosa quasi a spatola dall’aria preistorica. E’ come vedere un dinosauro in miniatura dall’aria mite. La descrizione delle abitudini me lo rende sempre più simpatico, mangia solo verdure e legumi, come le lenticchie, quindi non avrei contatti con cose vive oltre lui, ha specificato che è maschio, niente possibili gravidanze indesiderate (cfr. i topi di sopra), non beve, quindi non potrei dimenticarmi di dargli da bere e vederlo morire disidratato.

E mentre allungo un dito e lo accarezzo sentendo una pelle morbida e sottile che mi fa valutare seriamente che mi potrei affezionare a questo animale anaffettivo come me, la mia attenzione ritorna dal braccio della commessa alla bocca della medesima che dice: vive ottant’anni.

Rimango un attimo perplessa e istintivamente ritiro il dito mentre dico “non ho capito”. E quel “non ho capito” non vuole esprimere mancanza di comprensione, ma assoluta incredulità. Nell’arco di un attimo vedo passarmi davanti tutta la vita, diventare vecchia e grigia, cambiare casa altre quattro volte, finire in un ospizio e portarmi dietro sempre questo amico silenzioso e il suo terrario. In quel momento lunghissimo l’unico pensiero, amarissimo è stato: io non ho figli, a chi lo lascerei? Dovrei fare testamento solo per lui? Sono troppo vecchia per adottarlo!

Ecco perché inizio a pensare che l’animale perfetto per me non esista. Non mi va bene neanche uno che non ha peli, non fa rumore, non rischia di morire di sete, non mi farebbe sentire in colpa se sta rinchiuso perché è uno di poche pretese ma ha il difetto, enorme, assoluto, di campare più di me!

#animale #compagnia #lucertola