Dal film Ghiaccio al Pugile a Riposo. Storie che non hanno tempo


Voglio parlavi di un film in uscita nelle sale in questi giorni: Ghiaccio, scritto e diretto dal cantautore Fabrizio Moro all’esordio dietro la macchina da presa, e dal regista Alessio De Leonardis che sarà nelle sale italiane dal 7 al 9 febbraio 2022.

La pellicola è prodotta da Tenderstories e La Casa Rossa, in associazione con l'Università Telematica San Raffaele Roma, SKY, RTI ed è distribuito da Vision Distribution.

E’ la storia di un ragazzo che vive nella periferia di Roma ed ha il sogno di riscattarsi attraverso la box. Questi si trova a combattere non solo per vincere sul ring, ma anche fuori, contro quelli che vogliono trascinarlo nella spirale dell’illegalità e della sconfitta, contro coloro che vogliono rubargli i propri sogni.

In un dialogo bellissimo con il suo allenatore, che sacrifica tutto per sostenerlo nel suo percorso di rivincita e che attraverso di lui ottiene la sua, di vittoria, questi gli spiega il valore del ghiaccio. Mettere le mani nel ghiaccio rappresenta, infatti, il momento della pacificazione con se stesso, quello in cui il dolore misto al sollievo si condensano nel lavoro che si è fatto, nel sacrificio che si è riusciti a sostenere. Per questo il momento in cui il pugile può immergere le mani nel ghiaccio va guadagnato, come il rispetto, come l’amore.

E proprio questa storia mi ha ricordato un’opera famosa e potentissima: il Pugile a riposo attribuito Lisippo, conservata nel Museo Nazionale Romano.

In questo bronzo greco, il pugile è rappresentato in una pausa o dopo l’incontro, quando stanco e sanguinante si siede per riprendere fiato o perché le gambe non gli reggono più tanto, con le mani incrociate sulle ginocchia e ancora coperte dai guantoni dell’epoca. Ha appena compiuto uno scatto della testa, in opposizione con la posa rilassata delle braccia, che indica quanto la tensione ancora non sia andata via.

Troviamo qui il momento dello sport che solitamente piace di meno, quello in cui arriva la stanchezza, o si fanno i conti con una sconfitta. Eppure la statua guarda ancora verso un richiamo, verso un altro incontro. Verso la speranza di una nuova vittoria.

È una scultura dal movimento contrastante, dove il corpo muscoloso e sofferente ancora freme e nello stesso tempo è bloccato dall’intensità dello sforzo precedente. Il viso che reca i segni degli incontri passati risulta espressivo nonostante le orbite vuote, e mostra quella sensazione descritta nel film quando il pugile moderno mette le mani nel ghiaccio.

Ecco che la scultura racconta la storia di una vita, la racconta nel corpo che rappresenta, che si porta addosso tutti i segni di quella scelta di combattere, di mettersi in gioco e cercare di vincere, contro qualcun altro ma prima di tutto contro se stesso.

E questa storia di vita rappresentata nel IV secolo a. C. la ritroviamo identica anche nella storia del film, in cui i protagonisti che si rialzano dopo i pugni presi dagli avversari, dai nemici e dalla vita, sono guidati dallo stesso coraggio, dalla stessa tenacia e forza emotiva, prima che fisica.

L'incontro di questi percorsi narrativi così apparentemente distanti ed invece struggentemente simili si fonde così in un dialogo senza tempo con la speranza, che vive oltre la fragilità delle vite dei singoli uomini e si ritrova, sempre, in ogni lotta fatta proprio dal singolo uomo.