Il valore della felicità in un sorriso, gli autoritratti di Maurice Quentin de La Tour


E’ il caso di Maurice Quentin de La Tour, artista francese “classificato” nel periodo rococò, specializzato in ritratti a pastello, famoso per aver immortalato i personaggi più in vista della Francia del Settecento, come Rousseau, Voltaire, Luigi XV e Madame de Pompadour, con espressioni distese e sorridenti che solo lui riusciva a dare ai suoi soggetti.

Raggiunge il successo nel 1737 proprio con un quadro esposto al Salon intitolato “l’Autore che ride”, e da quel momento produce tantissimi ritratti e autoritratti che hanno in comune una cifra stilistica particolare: l’espressione sorridente. Un’espressione costruita tra la bocca e gli occhi, che parlano insieme allo spettatore e a volte raccontano anche una storia diversa da quello che ci si aspetterebbe.

Per questo i suoi numerosi autoritratti, che lo vedono sempre sorridente in tutte le fasi della sua vita, raccontano con maestria silenziosa le sue vicissitudini, dal successo, al declino, alla pazzia, che contraddistingue i suoi ultimi anni di vita. E su questo tasto dolente le biografie sembrano sempre un po’ indugiare, come se la scelta del sorriso durante la sua vita fosse stata poi il germe di un’instabilità mentale.

Avevo quindi l’imbarazzo della scelta, tra i sorrisi che ci regala Maurice Quentin de La Tour, e alla fine ho deciso di parlare di un autoritratto del 1751. Qui è un uomo maturo, che ha già lavorato tanto e che guarda il suo pubblico con la sicurezza dei suoi successi e delle sue capacità. Così le labbra sono socchiuse e gli occhi ci guardano come volessero valutarci, perché in quel momento è un uomo che non ha più bisogno di approvazione, anzi, si trova a soppesare con attenzione amici e nemici.

Nel suo abito del successo in velluto blu, la parrucca perfetta, la crinolina della camicia realizzata alla perfezione, racconta quello che dicono i suoi occhi: lui ha smesso di perdere tempo a preoccuparsi di piacere agli altri perché ora si piace e per questo è pronto a rispondere a chiunque abbia qualcosa da dirgli.

Così la forza di questo autoritratto è nel come l’artista si descrive: con il distacco che userebbe per il ritratto di un cliente, vede il buono che c’è in lui e lo tira fuori, come fa con i ricchi borghesi che vengono al suo studio, come fa con il re di Francia, che lo vuole come ritrattista privato proprio perché avverte questa sua capacità.

E qui arriviamo a chiarire la scelta di questo quadro: mi permette di riflettere sul valore della felicità in un sorriso. Attraverso la sua espressione, il pittore ci insegna che non si deve sorridere solo quando si è felici, anzi, non bisogna sorridere perché si è felici, ma perché ci ricordiamo chi siamo, e con questo che possiamo resistere alle cose e alle persone che ci si oppongono perché il nostro sorriso ci rende più forti.

Mio padre diceva “la gente odia chi è felice”, io dico sempre che “la miglior vendetta è la felicità”, quindi bisogna sorridere sempre, perché ci permette di riappropriarci della nostra felicità, che non dipende dagli altri, ma solo da noi stessi.

E quindi bisogna sorridere ancora di più quando si è in difficoltà, quando si pensa che non ce la si farà, perché sarà quel sorriso che ci aiuterà a superare l’ostacolo, a vincere il nemico, a ricordaci che ce lo meritiamo di sorridere e che quando sorridiamo siamo sempre, tutti, più belli.

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