L’abisso – Pietro Canonica


Ieri riflettevo su cosa significa per me l’amore, o meglio, su cosa vorrei io dall’amore ed ho pensato ad una scultura poco conosciuta dell’ancor meno conosciuto Pietro Canonica che si chiama L’abisso ed è stata realizzata nel 1909.

Il bel marmo, custodito nel museo Pietro Canonica, qui a Roma, rappresenta l’abbraccio immortale di due amanti, stretti quasi a volersi fondere, con i capelli di lei che avvolgono lui a rendere questa unione ancora più materica e fluida. La scultura, posta all’ingresso del piccolo museo un tempo casa e studio dell’artista, mi ha sempre colpita per la scelta del soggetto, chiaro e nello stesso tempo per me non completamente espresso.

La critica inquadra l’immagine dei due amanti come una rappresentazione dell’amore passionale che travolge e trascina nel suo vortice fatale, l’abisso appunto. A volte intravede anche un richiamo ai “Paolo e Francesca” di tradizione dantesca, quindi ad una tradizione letteraria che fa parte della poetica dell’artista.

Secondo questa interpretazione, Pietro Canonica rappresenta un sentimento intenso e disperato risolvendolo in una postura composta in ginocchio, in cui l’immobilità dell’abbraccio dei protagonisti ferma ogni movimento e blocca la posa.

L’immagine del vortice viene chiaramente suggerita dalla circolarità che si ripete tra le posizioni delle braccia e dei panneggi, che effettivamente costruiscono una gabbia circolare intorno alla quale si sviluppa la composizione, ma che appunto si presenta come una gabbia, ovvero qualche cosa che contiene e cristallizza la scena, nonostante i busti dei protagonisti siano spinti in avanti, come se si sporgessero sull’immaginario abisso che ingoia il loro amore.

Ritornando allo spunto della mia riflessione, ovvero la mia vita, a quello che secondo me significa una relazione vera con una persona, ho ripensato alla posizione delle teste degli amanti e al loro sguardo individuando in questa caratteristica quel mio sottile disagio di fronte all’interpretazione dell’opera che conoscevo.

In una passione cieca, che porta appunto a cadere “nell’Abisso”, è l’essere presi l’uno dall’altro che impedisce di guardare oltre, ovvero la concentrazione è sull’oggetto dell’amore, sull’amante. Il mondo si riassume nella coppia e la passione travolge ed annulla tutto quello che c’è intorno al desiderio di stare insieme e di amarsi. I nostri protagonisti, secondo questa interpretazione, avrebbero quindi dovuto unirsi in un abbraccio non solo dei corpi, ma soprattutto degli sguardi.

Invece gli amanti di Canonica non si guardano, sono guancia contro guancia, spalla contro spalla, protesi verso una visione comune che non è l’altro, ma è un mondo che vogliono condividere. Il salto non è verso un melodrammatico annullamento, ma verso un futuro che affrontano insieme perché ne possiedono una visione comune.

Ecco quindi giustificata quella moderazione formale che contiene la composizione, che nasce dalla  rappresentazione di una serenità per una decisione presa, mentre la concezione dell’amore proposta dallo scultore si rafforza radicalmente. Non più solo passione cieca e maledetta, ma amore costruttivo, fatto di una decisione di condivisione, di forza reciproca per la sopravvivenza, non per l’autodistruzione nel sentimento.

Così in questa scultura ritrovo la mia visione dell’amore e della passione: due che diventano uno ma non si annullano, che decidono di unirsi creando una forza unica che li porta avanti, che li completa e che gli permette di vivere pienamente. Due corpi abbracciati che guardano nella stessa direzione e vedono le stesse cose, in una visione cosciente della scelta che fanno. Forse guardano un “abisso”, che in senso figurato significa “una quantità immensa”, magari di possibilità per la loro vita, ma che se invece avesse il significato comune di burrone, profondità grandissima, comunque non farebbe più paura perché insieme si potrebbe affrontare.

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