L’angelo caduto che è in ognuno di noi di Alexandre Cabanel


Alexandre Cabanel, pittore francese che nella metà dell’Ottocento, con il suoi quadri assolutamente “classici” rappresenta un “nemico” per il Naturalismo e l’Impressionismo. Nel 1847 dipinge un quadro terribile che racchiude il senso della rabbia, del desiderio di vendetta, di tutti quei sentimenti che ci portano a fare quei gesti che nella sofferenza di un altro portano la nostra soddisfazione. E lo fa costruendo un’immagine che ha come linee guida la bellezza aulica, la correttezza tecnica, il colore tonale che costruisce forme morbide ma assolutamente definite. Usa insomma una tecnica che, di solito, tutto vuole rappresentare tranne che l’emozione.

Il momento è quello in cui Lucifero si ritrova a terra sconfitto, non la caduta dal cielo, che potrebbe essere più scenica e movimentata, ma quello in cui è “sedere a terra”, per essere prosaici.

L’angelo ha una morbida chioma che ricorda le fiamme, rossa e vitale, e ancora ali bellissime, fatte di piume colorate e metalliche, dai riflessi verdi e dorati che vogliono ricordare come “Lucifer” provenga dal latino e significhi “Portatore di luce”.

Poggia la schiena, disegnata secondo un arco che asseconda la linea delle ali, su una roccia avvolta di spine, mentre dietro di lui un cielo sereno vede le schiere angeliche che si muovono, come nuotando, verso il Paradiso. Sono dipinte in colori sbiaditi che ne ricordano la natura eterea, in piccoli gruppi dove i compagni sorreggono i feriti, mentre i volti guardano in alto, verso Dio. La battaglia per loro è finita, l’ordine ristabilito, il nemico sconfitto e già dimenticato.

Invece sulla terra, arida e dolorosa, Lucifero non guarda in alto, ma dritto davanti a sé. Il volto è coperto in parte dal gesto delle braccia piegate. Le mani sono intrecciate, come volesse darsi la spinta per alzarsi. La posa trova in questo gesto volitivo la possibilità di mostrare l’anatomia perfetta del personaggio e insieme di costruire un punto di forza tra le linee guida della visione che si concentra nel gomito.

Ma la meraviglia di questo quadro non è fatta per spettatori distratti, ovvero per coloro che vedono solo le sue componenti più evidenti come la scelta del momento in cui la battaglia è ormai finita e quindi non c’è più azione violenta, la costruzione anatomica precisa ed armoniosa del protagonista, il valore aulico della dicotomia tra cielo e terra.

L’immagine, infatti, nel suo insieme così prevedibile racchiude un quid, un guizzo, che sconvolge lo spettatore attento: lo sguardo di Lucifero.

Ecco il salto dell’artista, che racchiude tutto il senso del suo quadro in un’espressione perfetta: gli occhi del rancore e della rabbia, gli occhi della sconfitta, dell’orgoglio ferito, del desiderio di vendetta. Occhi gelidi che non riescono a contenere un’emozione talmente intensa da far uscire le lacrime.

E sono quelle lacrime che fermano il sangue di chi le guarda, perché gli ricordano le sue lacrime, gli ricordano il suo dolore, la sua frustrazione davanti alla sconfitta e soprattutto il suo rancore.

Il Lucifero di Cabanel rappresenta proprio quel lato selvaggiamente egocentrico che ognuno possiede, quel desiderio di sopraffare la volontà degli altri che tutti neghiamo di avere, ma che fa parte della natura stessa del genere umano.

E se scopriamo quanto è brutto ammettere di essere brutte persone, questo quadro ci dimostra che è ancora più brutto non capire che il primo passo per compiere il bene è riconoscere il male, il primo passo per essere brave persone è accettare che potremmo essere cattive e scegliere, consapevolmente, di non esserlo.

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