La quiete di Galileo Chini


Uno scorcio di campagna dopo un acquazzone, ecco cos’è la quiete per Galileo Chini, artista poliedrico che lavora a cavallo del Novecento e riassume si sé tutte le istanze di quell’Art Nouveau che si declina nel simbolismo, nel modernismo e nel liberty, tutte classificazioni di quell’arte fatta di natura, bellezza, colore e vita che è stata la produzione di quei meravigliosi anni, lontani ancora dagli orrori della Prima Guerra Mondiale ma movimentati dalle istanze nazionalistiche che rendevano l’Europa un luogo pieno di fermento.

Galileo Chini, dicevamo, qui ci presenta un momento preciso, quello in cui la pioggia smette di battere, in cui esce un sole timido, che riscalda improvvisamente l’erba e copre tutto di una luce dorata, calda come i suoi raggi.

La visione è tagliata, gli alberi in primo piano sono solo tronchi, e nonostante ci sia questo accenno di verticalismo, la composizione si muove invece in orizzontale, seguendo il sentiero e la staccionata, per poi perdersi verso il bosco, in veste autunnale, sullo sfondo.

E’ un pezzo di campagna, quello che ci rappresenta il pittore, ma soprattutto una strada, per quanto sterrata, comunque l’accenno di un percorso che conduce a qualche cosa. Così il momento non è più semplicemente quello in cui si passa dal rumore della pioggia alla quiete, dal temporale al sereno, bensì si arricchisce di una sorta di aspettativa, come se il viaggio si fosse fermato per il mal tempo e adesso che è passato si potesse riprendere il cammino.

Un quadro che sarebbe potuto essere statico, che avrebbe potuto far perdere lo spettatore nel virtuosismo del riflesso delle pozzanghere, invece esprime pienamente con felice successo l’essenza stessa del suo autore: un uomo che ha sempre avuto un respiro più ampio, un passo verso direzioni impreviste. Come vediamo nel taglio impressionistico, inteso come luce che vibra, aria che si muove, che racconta una storia più profonda, un movimento più piccolo ma più intenso fatto solo per lo sguardo dello spettatore che si ferma a guardare.

Forse per questo la scena ha questa tendenza così spiccatamente orizzontale, perché invita a guardare nella profondità nel quadro e oltre, verso quel paesaggio che non e stato dipinto, che è dietro la curva erbosa, e che per un tempo indefinito non è stato possibile affrontare ma che ora ci aspetta, per proseguire il viaggio.

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