Non tutti i ristoranti sono buoni


Non tutti i ristoranti sono buoni, ma non solo per quello che ci si mangia, anche per come sono fatti. Per una volta tanto non parlerò di cose da mangiare, ma di quei luoghi dove si mangia, e lo farò esprimendo livore e giudizi arbitrari, ovvero dicendo cosa non mi piace quando mangio fuori casa.

In questa sede non parlerò del “servizio” inteso come “servizio di sala” perché la discussione sarebbe penosa e troppo dolorosa, ormai trovare un cameriere accogliente e competente è come fare 4 al superenalotto, e vi faccio notare che mi accontenterei del 4.

E infatti la cosa che odio di più in assoluto sono i self-service. Li detesto per un sacco di ottimi motivi e il primo di tutti è il vassoio. Questa cosa che devo stare in fila, di solito una fila impossibile dove mi danno le spinte da tutti i lati, aspettando il mio turno, con questo vassoietto squallido in mano, mi fa sentire come il carcerato in attesa della sbobba. Il contatto ravvicinato della fila con l’umanità fa poi schizzare il mio odiometro a livelli da guerra nucleare. Se aggiungiamo che, ogni volta che arriva il mio turno, la pietanza che volevo è finita perché l’ultima porzione è stata presa da quello davanti a me, capirete bene che ho delle ottime ragioni per odiare qualsiasi cosa si avvicini al servirsi da sola. Per non parlare poi del fatto che, di solito, non c’è il posto dove sedersi, e che quindi mi aggiro con questo vassoio trascinandomi un piatto che non mi piace, una bottiglietta d’acqua che devo tenere reclinata perché altrimenti la faccio cadere e un livore che cresce ad ogni tavolo occupato che incontra il mio sguardo.

Se riesco quindi a sopravvivere a stento al self-service, chiarisco che ho problemi anche coi banconi del bar. Io non posso mangiare in piedi, o meglio posso ma non voglio. Ho bisogno di stendere le gambe sotto al tavolo e di poggiare il piatto davanti a me. E non solo perché sono una signora, ma soprattutto perché ho dei seri problemi di coordinamento. E visto che ordino sempre cose che possono produrre schizzi, sfuggire dalla forchetta oppure, banalmente, hanno bisogno di essere tagliate con l’ausilio di coltello e forchetta, devo avere una postazione stabile per sentirmi a mio agio. In poche parole, se ordino qualcosa al bancone di un bar, deve essere da bere o avere una dimensione tale da permettermi non solo di prenderla con le mani, ma di mettermela in bocca con massimo due bocconi (e vi ricordo che ho la bocca piccola, quindi giusto le olive di Gaeta riesco a mangiarle in un sol boccone).

Quindi sono finalmente arrivata ad una sedia e a un tavolo, ho un cameriere che prende l’ordinazione, non devo portarmi io le posate, ma ancora c’è qualcosa che non funziona: manca la tovaglia. O almeno la tovaglietta, o il sottopiatto, o il poggiaposate. Ora non so voi, ma a me l’idea di poggiare le posate sul tavolo e inzaccherarlo disturba. Eppure la moda dell’apparecchio spartano ha preso piede in un modo allarmante. Io lo definisco l’apparecchio tirchio, perché abbatte costi di lavanderia o tovagliette usa e getta, e sta di fatto che la considero una barbarie. Dove è finito il gusto della tovaglia e del tovagliolo? Le molliche sulla stoffa, la sensazione del tessuto sulla bocca che ti fa sentire pulito per davvero, la percezione che qualcuno si sia dedicato a cambiare l’apparecchio, che ne abbia scelto i colori e che insomma, ci abbia perso tempo? Un mondo antico che non c’è più. Solo qualcuno ancora si pone il problema, e solo pochissimi pensano a dei modi carini per usare l’idea sostitutiva di tovaglia, come il sottopiatto, o qualcosa per non far poggiare forchetta e coltello sul piano del tavolo. Così posti dove si mangia benissimo non saranno mai perfetti, anzi, mi lasceranno con un piccolo sospiro a mezza bocca proprio perché mancava quell’attenzione che invece era fondamentale per completare l’esperienza.

E per finire, ora che sono seduta, ho ordinato, ho poggiato le posate sul tavolo e mi sono versata da bere ecco che arriva l’acqua demineralizzata. Io amo la bottiglia di vetro al ristorante proprio perché a casa non me la posso permettere. Infatti si dovrebbe andare al ristorante per mangiare quelle cose che a casa non si possono mangiare perché non le sappiamo cucinare. Invece mi tocca bere un’acqua che non è di rubinetto e non è di bottiglia sigillata, una roba che dovrebbe essere eco-friendly ma mi fa il paio con l’assenza di tovaglia, ovvero mi puzza di tirchio.

E mentre prego che l’acqua che mi porteranno non puzzi, perché anche qui la fregatura è dietro l’angolo, contemporaneamente mi chiedo che fine hanno fatto i grissini nel cestino del pane e l’antipasto all’italiana, quello coi salumi e la giardiniera, che trovo ancora da qualche parte, ma senza il burro di accompagnamento, vero tocco di classe anni Ottanta che mi mette nostalgia.

Una nostalgia curata, alla fine, dal delivery, grazie al quale berrò l’acqua dalla mia brocca, userò le ginocchia come tavolo ma soprattutto passerò la serata guardando Masterchef.

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